Il dumping e i frontalieri

«Il dumping salariale è assolutamente un dato di fatto» perché i frontalieri accettano salari più bassi. Questo non lo dice una belva assetata di sangue frontaliero, ma Pietro Vittorio Roncoroni, sindaco di Lavena Ponte Tresa (Va). «Un italiano a cui vengono offerti 2.500 franchi, pari a 2mila euro, accetta», conferma Roberto Cattaneo, responsabile della Uil frontalieri, con sede a Como. «Per esperienza mia – aggiunge – il 90% dei frontalieri oggetti di dumping salariale lavora presso aziende italiane in Svizzera. La responsabilità delle autorità ticinesi è gigantesca, perché il Consiglio di Stato ticinese (il governo cantonale, ndr) ha concesso 4.500 permessi ad aziende italiane, soprattutto commerciali e di servizi, al ritmo di mille all’anno, ma non ha fatto controlli adeguati».
L’assenza di controlli è stigmatizzata anche da Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo, nell’ovest della Svizzera: «Le autorità competenti hanno chiuso gli occhi, o perché credevano che il mercato del lavoro si sarebbe autoregolato, o perché temevano una fuga di imprese. La Commissione tripartita e l’ispettorato cantonale del lavoro devono sanzionare le imprese che hanno violato le regole sui salari. Ma spesso questo non è avvenuto e quando avviene la multa è solo di 5.000 franchi, che è un importo ridicolo. Per risultare efficace, questa multa dovrebbe essere di 500.000 franchi e lo Stato dovrebbe impedire alle aziende multate di continuare a lavorare nel Canton Ticino».

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